venerdì 4 giugno 2010

10 e 10

Il 10 tocca la palla e la palla finisce in fallo laterale. L’arbitro vede male, chi non sbaglia mai? e assegna la rimessa alla squadra del 10, ma lui alza un braccio e dice che no, quella palla l’ha toccata lui. E’ il capitano, rappresenta la sua squadra. Non sta lì soltanto per scegliere testa-o-croce, palla-o-campo. Ha una fascia al braccio, che vuol dire qualcosa. Sa prendersi le sue responsabilità quando serve. Rimessa invertita: applaudiamo, ringraziamo e dopo pochi minuti abbiamo l’occasione per restituire il favore e lo facciamo volentieri. Serata no, quella, per l’arbitro. Il 10 gioca in una squadra tosta, difficile da battere, ricca di esperienza. Il 10 si chiama Danilo ed è il capitano di una squadra che rappresenta benissimo, fatta di gente che ha giocato a calcio per tanti anni ed ha imparato a praticare il rispetto, a interpretare lo sport nel suo senso migliore. Quella sera, Dany fa anche un brutto gesto, facendosi trasportare dall’agonismo dell’ultimo minuto, dopo aver segnato sul filo di lana: esulta in faccia a Seba, provocandolo. Chi non sbaglia mai? Ma il giorno dopo, Dany passa di qui e chiede scusa, perché quello non è il suo modo di giocare, di intendere la competizione: ci sono cose che contano più della vittoria, per chi vede le cose come lui e come noi. Sono valori che si imparano con il tempo, forse. Non basta avere il numero 10 sulle spalle ed essere il capitano per riuscire ad esprimerli. Si chiamano “onore” e “dignità”, cioè, stando ai signori Devoto e Oli “la cura o la conservazione della propria integrità e onestà” e “il rispetto che l’uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di se stesso e tradurre in un comportamento e in un contegno adeguati”, che uscendo dalle pagine del vocabolario e atterrando nella polverosa realtà di un campo da gioco significano la capacità di ammettere onestamente che quella palla non è tua, o almeno di evitare di sfruttare la confusione che si crea per segnare un goal “furbetto”. L’altra volta i nostri avversari hanno festeggiato, come loro costume, credo, avendolo visto fare in un’altra occasione, abbracciandosi, saltando, urlando. Questa volta il risultato era ben più pesante, significava il passaggio ai quarti. Peccato che sul terreno, tramortite, siano rimaste quelle due paroline lì. Forse per questo non si è visto saltare ieri sera. Forse perché le sorti dell’incontro sono state decise con l’inganno e la disonestà, negando l’evidenza e ricorrendo a trucchetti di basso profilo. C’è un’apparente attenuante, costituita dalla tensione dell’incontro e dalla velocità con cui i fatti si sono svolti. Ma è, appunto, solo apparente e si rivela un’aggravante, poiché condizioni come queste fanno prevalere l’istinto nelle decisioni e l’istinto si nutre di cose semplici e immediate, dice ciò che sei nell’intimo, senza filtri e svela così la tua scala di valori. Dice se per te vincere viene prima o dopo la dignità e il rispetto. In fondo, dice chi sei davvero.
Tuttavia, io non riesco a serbare davvero rancore, soprattutto dopo il post del nostro immenso presidente, che ci aiuta a vedere più chiaramente cosa abbiamo costruito in più rispetto a questi ragazzi che continueranno a giocare dopo che noi avremo smesso da un pezzo e magari diventeranno abbastanza saggi da capire che non vale mai la pena di vincere a tutti i costi, specialmente se stai giocando in un torneo amatoriale. Francamente più che risentimento a me resta un poco di tristezza per loro. E allora voglio fare loro, personalmente, un augurio sincero, che non ha nulla a che vedere con i nefasti risultati sul campo o con i traumi a caviglie, ossa, muscoli e legamenti che l’amarezza del momento spinge ad evocare ed ha invece molto a che fare con il piacere di confrontarsi con gente come Dany e gli Absolut, con squadre con cui abbiamo lottato, anche aspramente, ma sempre dentro confini ben definiti e condivisi, come, solo per citarne alcuni, gli amaranto dell’A.C Trezza, o i Uouazza Style, o come, lo scorso anno, i Re Artù Cafè. È l’augurio di imparare presto a battersi con dignità e lealtà, come non hanno fatto ieri sera. Di vincere, lo abbiamo visto a nostre spese, sono già capaci. Se riusciranno a farlo senza compromettere cose più importanti, magari gli tornerà anche la voglia di saltare.